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martedì 26 marzo 2013

La strage degli innocenti


La strage degli innocenti


L’ingiusta morte del piccolo Andrea Savoca, assassinato dalla mafia nel 1991
di Monica Centofante




Salvatore Savoca scomparve nella mattinata del 24 luglio del 1991.
Era noto alla giustizia per le sue passate condanne per rapina, furto, detenzione illegale di armi ed esplosivi e perché sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di P.S e quindi costretto a presentarsi presso la stazione dei Carabinieri di Capaci ogni martedì e mercoledì.
Quel 24 luglio, dopo aver salutato i familiari, raggiunse il Comando a bordo di un ciclomotore Peugeot 50 di colore grigio scuro e poco dopo ripartì, diretto al cantiere della società Lopedil s.r.l., presso la quale lavorava come impiegato. Da quel momento nessuno lo rivide più, ma la denuncia della sua scomparsa arrivò solo due giorni dopo, in seguito all’assassinio del fratello Giuseppe Savoca.
Alle 17.30 del 26 luglio il proprietario della Lopedil Pietro Lo Sicco si presentò ai Carabinieri e notificò la sparizione del genero Savoca Salvatore. Poche ore prima il fratello Giuseppe aveva parcheggiato in doppia fila la propria auto, una Volkswagen Passat, nei pressi dell’abitazione della suocera e a bordo del veicolo stava attendendo l’arrivo della moglie Diana Seggio e del figlio Emanuele (sette anni). Ad aspettare con lui c’erano gli altri due figli: Andrea, di quattro anni e Massimiliano di due.

Gli spari si udirono intorno alle 11.00.

Quattro o cinque colpi, in seguito ai quali la Seggio si precipitò fuori dall’abitazione e vide il marito, al posto di guida, in un bagno di sangue. Abbracciato al collo dell’uomo c’era il piccolo Andrea, anch’egli raggiunto dai colpi, che venne subito trasportato presso l’Ospedale Civico dove morì, intorno alle ore 17.00, a causa di gravi lesioni vascolari. Soltanto il piccolo Massimiliano, seduto sul sedile posteriore dell’auto, scampò all’agguato.

Per gli inquirenti la soluzione del caso non fu particolarmente difficoltosa. Sia la sparizione di Salvatore che l’esecuzione di Andrea Savoca rispondevano a criteri di chiara matrice mafiosa.

E le conferme dall’interno dell’organizzazione arrivarono nel 1998, grazie alle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tra questi, Giovan Battista Ferrante riferì di aver sentito parlare dell’imprenditore Pietro Lo Sicco - che già in precedenza conosceva - in occasione della scomparsa del genero di questi <<da Santino Pullarà o da Salvatore Biondino>>.

<<E ricordo che fu lo stesso Santino Pullarà che portò la persona che poi venne uccisa sul luogo del delitto (e cioè nel negozio di mobili di Nino Troia). Ciò perché chiaramente lo conosceva bene e questi si fidava di lui>>. Il Ferrante affermò di non ricordare se il nome di questa persona fosse Savoca Salvatore, ma la conferma che si trattava di lui giunse dalle dichiarazioni di altri pentiti. <<Sono in grado di parlare di questa soppressione>>, affermò nel corso del processo per il triplice omicidio, poiché egli stesso vi aveva partecipato insieme a <<Santino Pullarà, Salvatore Biondino e Nino Troia>>, <<Salvatore Biondo il corto, Orazio Troia ed Enzo Troia (rispettivamente fratello e figlio di Nino Troia)>> e <<Battaglia Giovanni>>.

<<Qualche giorno prima dell’omicidio – raccontò – Salvatore Biondino mi disse di tenermi a disposizione perché si doveva fare un lavoro. Capii, ovviamente, che si trattava di eseguire un omicidio ma nulla mi venne detto in ordine alla vittima. Il Biondino mi disse di avvisare Nino Troia, sottocapo della famiglia di Capaci, che c’era bisogno di lui e che, dunque, era necessario che incontrasse lo stesso Biondino>>. In quell’epoca il Ferrante si occupava infatti di mantenere i rapporti tra Biondino e Troia e in seguito all’incontro tra i due il primo gli disse di farsi trovare <<per il giorno stabilito (credo che si trattasse di uno o due giorni dopo) presso il negozio di mobili del Troia a Capaci, luogo all’interno del quale, come ho riferito in altre occasioni, abbiamo commesso diversi omicidi>>.


Giovanni Battaglia e Nino Troia, <<come erano soliti fare>>, si trovavano all’interno del negozio mentre gli altri boss, in precedenza indicati, attendevano nello scantinato sottostante l’arrivo di Santino Pullarà e della vittima designata. Quando il Pullarà si presentò dicendo di non essere riuscito a rintracciare il Savoca si decise per il rinvio dell’esecuzione che avvenne solo qualche giorno più tardi. <<Non so dire con che mezzo il Pullarà e il Savoca giunsero al negozio – continuò il pentito – in quanto io, al momento del loro arrivo mi trovavo giù nello scantinato; ricordo però che si trattava del fatto che il Savoca aveva un ciclomotore e che il Pullarà lo aveva agganciato mentre lo stesso si trovava, ad Isola della (sic!) Femmine, in possesso del motoveicolo. … Non appena il Savoca e il Pullarà, seguiti da Giovanni Battaglia (il Nino Troia era rimasto sopra nel negozio, non foss’altro che per non lasciare l’esercizio commerciale incustodito e, quindi, non dare nell’occhio), entrarono nella stanza, abbiamo immediatamente strangolato il Savoca, senza porre al medesimo alcuna domanda>>.

<<Di fatto allo strangolamento partecipammo tutti, ma non ricordo chi, materialmente, mise la corda al collo del Savoca e chi invece teneva il medesimo>>.  Sempre secondo il racconto del Ferrante, il cadavere venne poi portato nella baracca di Giovanni Battaglia e disciolto nell’acido.

Nel corso del processo che seguì alla morte dei Savoca sei collaboratori di giustizia confermarono tale versione dei fatti spiegando anche il motivo per cui tali delitti furono commessi ed esprimendo il proprio rammarico per la fretta delle operazioni che compromisero la vita di un innocente di soli quattro anni.

<<Fino a questo momento ho preferito non parlare di ciò proprio per questa ultima ragione>> ha confessato Giovanni Brusca, l’assassino di Falcone, l’uomo che ancora oggi non riesce a perdonarsi il fatto di essere stato il mandante dell’uccisione del piccolo Di Matteo. <<Mi viene molto difficile accusare qualcuno dell’omicidio (sia pur certamente involontario) di un bambino – dichiarò ai giudici nel corso del processo - forse perché, essendo anch’io coinvolto in una vicenda simile, so che tipo di malessere si prova a dover rispondere di simili delitti. Io ho commesso numerosissimi e gravissimi crimini (ivi comprese stragi) ma quello che, come ho spesso detto, non riesco a perdonarmi è l’aver deliberato l’omicidio di un ragazzino. Di conseguenza mi metto nei panni di coloro che andrò ad accusare con le mie dichiarazioni e posso comprendere il disagio che gli stessi (che pur sono già stati condannati per svariati delitti) proveranno da un’accusa simile>>.

Alle sue parole si aggiunsero quelle di Giovanni Drago, Salvatore Grigoli o Salvatore Cancemi, tutti pentiti escussi nel corso del medesimo procedimento, tutti, all’epoca dei fatti, rimasti profondamente e negativamente colpiti dalla vicenda. Anche Raffaele Ganci, a detta dello stesso Cancemi, arrivò a definire <<animali>> i killer responsabili dell’omicidio chiedendosi se non sarebbe stato possibile <<aspettare un’altra occasione>>.



Le contraddizioni della mafia?

Recentemente, nel corso di una lunga intervista che sarà presto pubblicata in un libro, Salvatore Cancemi ha raccontato a Giorgio Bongiovanni le sensazioni provate alla morte di Andrea Savoca.

<<Me lo ricordo bene – ha dichiarato -. Stavo cenando con i miei bambini (i nipoti ndr.) ho sentito la notizia alla televisione. Mi sono alzato in silenzio e mi sono nascosto in bagno per non far vedere le lacrime; mia moglie però se ne è accorta. Sapevo che dovevano ammazzare questo ladro, ma con una rabbia che mi sale ancora oggi mi dicevo:

<Mah, maledetti mascalzoni, dovevate proprio ucciderlo con il bambino in macchina? Anche se non lo avessero preso, penso allo spavento, alla paura di assistere alla morte del padre…>>.

Bongiovanni: <<Lei è responsabile come mandante?>>.

Cancemi: <<Sì, ma datemi mille anni di galera. Mi si è spezzato il cuore, e non potevo dire niente. So che sono un assassino, ma ho provato un sentimento di dolore forte, io i bambini li adoro e questa responsabilità non me la sento>>.





Il movente dei delitti


I fatti sin qui presentati e quelli che andremo ad esporre sono tratti dalla motivazione della sentenza emessa lo scorso 13 giugno dalla quarta sezione della Corte di Assise di Palermo presieduta da Leonardo Guarnotta, a latere Antonio Balsamo, nel corso del processo per il triplice omicidio Savoca istruito dal pm Anna Maria Picozzi.

Si legge nel documento che secondo le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia i fratelli erano parenti di esponenti di Cosa Nostra appartenenti alla “famiglia” di Brancaccio dei quali due, Giuseppe Savoca e Vincenzo Savoca ‘u siddiatu, avevano rivestito la carica rispettivamente di rappresentante e consigliere di detta cosca mafiosa. Tra i sei collaboratori di giustizia che hanno testimoniato al processo (Giovan Battista Ferrante, Francesco Onorato, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Giovanni Drago, Salvatore Grigoli) quelli che sicuramente hanno fornito un maggiore contributo in ordine alle motivazioni che hanno portato alla morte dei Savoca sono sicuramente Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi. Che concordano nel riferire come la decisione fu presa nel corso di una riunione alla quale presero parte tutti i capimandamento della provincia di Palermo.

Tra il 1989 e il 1990, racconta Brusca, <<erano aumentati i furti di camion e le rapine ai TIR e Cosa Nostra si trovava in situazione di disagio rispetto ai commercianti e agli autotrasportatori che pagavano il pizzo all’associazione mafiosa e che poi si trovavano, per così dire, non protetti e, dunque, si lamentavano con noi>>. <<Per tale ragione venne fissata una riunione della Commissione di Cosa Nostra. Tale riunione si svolse dopo che io mi interessai per risolvere un problema inerente il recupero di un automezzo che era stato sottratto ad Antonino Melodia … uomo d’onore della famiglia di Alcamo>>. Nel corso del summit, che si tenne a casa di Vito Priolo, <<Riina decise di adottare una linea unitaria nel senso che, individuati gli autori dei furti e delle rapine, bisognava, prima, cercare di convincerli con le buone a smettere e, quindi, in caso di fallimento di tale tentativo, eliminarli>>.

Tale ricostruzione dei fatti diverge con quella del Cancemi il quale riferisce che Riina avrebbe deliberato la necessità di <<cambiare registro e quindi di uccidere in qualsiasi zona si trovassero – e senza, dunque, tenere conto delle singole competenze territoriali – i rapinatori di TIR. Infatti accadeva spesso che la rapina veniva commessa in territorio diverso da quello in cui si trovava la persona (uomo d’onore o autotrasportatore che pagava il pizzo) interessata, per cui sorgevano numerosi problemi per l’individuazione dei ladri e per l’autorizzazione alla loro soppressione>>.

<<Ovviamente – aggiunge il collaboratore – nonostante l’ordine perentorio del Riina, era sottinteso che, se i rapinatori erano vicini o parenti di uomini d’onore si poteva prima cercare di risolvere con le buone il problema facendo intervenire l’uomo d’onore affinché dissuadesse costoro dal continuare nelle loro attività>>.

A detta dei giudici, però, tale divergenza non risulta rilevante ai fini della dimostrazione della responsabilità della Commissione per l’omicidio dei Savoca: “Salvatore e Giuseppe Savoca avrebbero dovuto essere eliminati se non avessero aderito all’invito di desistere dall’attività criminosa”.

E tale invito giunse tramite lo zio Giuseppe, organicamente inserito in Cosa Nostra, l’intervento del quale era stato deciso, secondo Brusca e Cancemi, proprio nel corso della stessa riunione. Nonostante la sua intercessione però, spiega Brusca, i due fratelli <<non solo negarono di avere mai commesso tali delitti, ma … continuarono nelle loro illecite attività e di ciò Giuseppe Graviano ebbe prove certe e, dunque, si decise di sopprimerli>>. Della responsabilità dei Graviano nella definitiva decisione di eliminare i Savoca la conferma arriva anche da Salvatore Cancemi. <<Per quanto a mia conoscenza – dichiara il pentito - dell’omicidio se ne sono occupati i Graviano>>.

Precisa inoltre che il meeting avvenne in un periodo <<in cui sovente le riunioni della Commissione si tenevano “spezzettate” (nel senso che i capi mandamento si riunivano con il Riina a gruppetti di quattro o cinque) in quanto Salvatore Riina temeva che ci fosse movimento da parte della (sic!) Forze di Polizia e, dunque, voleva evitare che si facessero vedere in giro troppe persone e che, qualcuna di queste, se pedinata potesse portare all’arresto di tutti noi>>. In un simile momento, quindi, la scelta di riunire i membri della Commissione in seduta plenaria per decidere l’esecuzione di delitti che secondo le regole di Cosa Nostra, e Brusca lo conferma, potevano essere deliberati dai singoli capi mandamento denotava un situazione ben più grave.

Esprimibile nell’esigenza di stabilire una linea unitaria per frenare il fenomeno delle rapine che non poteva essere risolto mediante le ordinarie regole di competenza territoriale (Brusca riferisce che <<sovente accadeva che il commerciante che pagava il pizzo in una certa zona subiva il furto in un’altra parte della provincia>>) e che richiedeva nuove forme di coordinamento.


“L’esigenza di una linea di azione unitaria, stabilita dal supremo organismo di vertice dell’organizzazione mafiosa per la provincia di Palermo – scrivono i giudici nella motivazione della sentenza – era ulteriormente rafforzata con riferimento all’eventualità che le persone da sopprimere fossero parenti di ‘uomini d’onore’; al riguardo, è appena il caso di sottolineare che azioni omicidiarie non autorizzate dal massimo organo decisionale, dotato di indiscussa autorità, avrebbero potuto provocare una catena di ritorsioni e di vendette suscettibile di danneggiare seriamente la coesione interna del sodalizio”.

Ma né il Brusca né il Cancemi, benché componenti della Commissione, erano al corrente dell’esistenza di un ulteriore movente del triplice omicidio del quale riferisce invece il collaboratore Francesco Onorato. <<Per quello che potei capire l’omicidio non interessava direttamente a Salvatore Biondino – ha dichiarato Onorato ai giudici – ma ai Madonia di Resuttana i quali avevano intenzione di entrare, come erano soliti fare, in società con il Lo Sicco. Il Savoca, che veniva definito un tipo “tosto”, era intervenuto nella questione ed aveva dato fastidio ai Madonia>>.

Tale dichiarazione non contrasta con quanto riferito da Brusca e Cancemi per il semplice fatto che non solo non vi è nulla di strano nella presenza di una pluralità di ragioni alla base di un omicidio ma anche perché è plausibile che alcune di queste ragioni, non ricollegandosi alle strategie di fondo dell’organizzazione, fossero conosciute solo dal capo del mandamento di competenza, nel caso specifico Salvatore Biondino di San Lorenzo.





Le condanne


Molti sono i riscontri esterni alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ascoltati nel corso del processo, dei quali è stata comprovata la piena attendibilità, e tra questi il ritrovamento della capanna all’interno della quale sarebbero stati dissolti nell’acido i corpi di diverse vittime o alcuni documenti della Squadra Mobile e della Guardia di Finanza di Palermo che attesterebbero la veridicità delle dichiarazioni effettuate dal pentito Giovanni Drago.

Nella motivazione della sentenza, depositata nei primi giorni di gennaio e con la quale la quarta sezione penale della Corte di Assise ha condannato all’ergastolo Battaglia Giovanni, La Barbera Michelangelo, Motisi Matteo, Pullarà Santi, Troia Antonino Erasmo, i giudici scrivono inoltre che non vi sarebbe alcuna prova di “fraudolente concertazioni” né di motivi di “risentimento o di astio” che avrebbero potuto indurre i collaboratori a rendere testimonianze false e che “nessuna acrimonia traspare dal tenore delle dichiarazioni”. E l’esempio più rappresentativo, scrivono, è proprio quello di Giovanni Brusca che ”nell’interrogatorio del 7 ottobre 1998, ha esplicitato la propria difficoltà nell’accusare gli altri dell’omicidio di un bambino".

ANTIMAFIADuemila N°20








ASCA) - Palermo, 22 mag -

I Carabinieri del Ros hanno individuato e sgominato un clan transnazionale guidato da Leonardo Badalamenti, figlio di Tano storico boss di Cinisi, impegnato nella gestione truffaldina di titoli di credito venduti per centinaia di milioni di dollari ai danni di istituti di credito esteri, arrestando 20 persone in Italia, Spagna, Venezuela e Brasile nell'operazione antimafia denominata 'Centopassi'. Tutti i fermati sono accusati di associazione mafiosa, corruzione, truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche e trasferimento fraudolento di valori.

Sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro tra aziende e quote societarie. Al centro delle indagini del Ros alcuni imprenditori ritenuti espressione di famiglie mafiose attivi sia in Toscana sia nella realizzazione di opere residenziali e turistiche in provincia di Palermo.

dod/cam/rob



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